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GIOVANNA GARZOTTO + REMO PERONATO

sabato 18 novembre 2017

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2016-17 Daria Deflorian/Antonio Tagliarini
Théâtre Vidy Lausanne
"Il Cielo non e un Fondale" Texte et mese en scène de Daria Deflorian et Antonio Tagliarini
avec: 
Francesco Alberici Daria Deflorian Monica Demuru et Antonio Tagliarini

Lumière Gianni Staropoli
Costumes Metella Raboni

IL CIELO NON E’ UN FONDALE
Tagliarini/Deflorian

Forti del successo internazionale di “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, presentato a B.motion nel 2014, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini tornano al festival con un nuovo lavoro. “Il cielo non è un fondale” indaga il fenomeno dell’urbanizzazione dei paesaggi e dei modi di vivere. Senza alcun artificio i due artisti aprono un dialogo tra la finzione e la realtà, la figura e lo sfondo, l’interno e l’esterno.

INFORMAZIONI

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IL CIELO NON E’ UN FONDALE
Tagliarini/Deflorian

01.09.2017

Teatro Remondini
Bassano del Grappa

Biglietteria Operaestate
Via Vendramini 35
tel. 0424 524214 – 0424 519811

ORE 21.00
INGRESSO €5.00

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01.09.2017
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PEDIGREE

Uno spettacolo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
Con Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru e Antonio Tagliarini
Collaborazione al progetto Francesco Alberici e Monica Demuru
Testo su Jack London Attilio Scarpellini
Musiche Dalla, Mina, Händel, Battisti, la canzone ‘La domenica’ è di Giovanni Truppi
Assistente alla regia Davide Grillo
Disegno luci Gianni Staropoli
Con la collaborazione di Giulia Pastore
Costumi Metella Raboni
Costruzione delle scene Atelier du Théâtre de Vidy
Direzione tecnica Giulia Pastore
Accompagnamento e distribuzione Internazionale Francesca Corona
Organizzazione Anna Damiani

I sogni, dice il filosofo George Didi-Huberman, ci lasciano soli. Nella solitudine dei nostri sogni gli altri, come attori su un palcoscenico, sono e non sono sé stessi. “Il cielo non è un fondale” parte da un sogno che è a sua volta generato da una canzone. E’ lì, tra il buio e il corpo della musica che inizia il vero, paradossale lavoro del teatro: sognare gli altri assieme a loro, in uno spazio scenico vuoto che si ingrandisce e si restringe, come l’architettura, a un tempo contratta e smisurata, della nostra mente. In scena quattro persone slittano continuamente fino alla soglia di figure intraviste che non potranno mai essere dando vita a un atto drammatico “senza trama e senza finale” (come suggeriva Cechov a un giovane autore) che si avventura alla ricerca di chi sono gli altri in noi e di chi siamo noi negli altri. In una metropoli di tutti e di nessuno, che si porta appresso bagliori di Roma, di Milano, di Londra, appaiono e scompaiono le figure di Alom, il venditore di rose che un tempo era un generale nell’esercito del Bangladesh, di Mohamed il cuoco pakistano, della vera barbona incrociata nel giardino del sogno e che assomiglia a Daria, e poco importa se siano ricordi di autentici incontri o fantasmi rimasti impigliati a una fotografia ingiallita scattata nel 1902 ai proletari dell’East End londinese addormentati in un parco. A dar loro una forma è il corpo delle canzoni presenti nello spettacolo, di una soprattutto, “La domenica” di Giovanni Truppi, che, sciolta nei dialoghi, diventa il simbolo dell’impossibilità di trasformare la vita quotidiana in una mera idealità. Anche perché come dice alla fine la canzone “va a finire sempre che la domenica la gente litiga”.

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