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QUELLO CHE DI PIU’ GRANDE L’UOMO HA REALIZZATO SULLA TERRA
Silvia Costa & Giacomo Garaffoni

FINALISTA PREMIO SCENARIO 2013
Questo lavoro scava nelle parole e nei gesti, per riuscire ad afferrare i grandi compiti dell’esistenza. E' come la pagina bianca di un libro, abitata da immagini e parole astratte e insieme quotidiane, che cercano di riempire un vuoto, di trovare un significato. E’ come un oggetto della minimal art, che con la sua fredda presenza proietta fuori da sé traiettorie di infinite relazioni possibili.

INFORMAZIONI

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QUELLO CHE DI PIU’ GRANDE L’UOMO HA REALIZZATO SULLA TERRA
Silvia Costa & Giacomo Garaffoni

28.08.2013

CSC Garage Nardini
Bassano del Grappa

Biglietteria Operaestate Via Vendramini 35 tel. 0424 524214 – 0424 519811 www.operaestate.it

PRENOTAZIONE CONSIGLIATA

ORE 21.50
INGRESSO € 2,50

CI SARO'

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Bisognerebbe iniziare a fissare piuttosto che a guardare. Perché nello sguardo l’occhio è libero di andare dove la volontà lo porta; mentre,nello sguardo fisso, l’occhio si obbliga a rimanere costante su un unico oggetto, le cui singole parti non hanno più rilevanza. Quello che conta è l’oggetto in sé. L’oggetto che qui s’intende fissare sembra avere una forma precisa, qualcosa di profondamente familiare, di semplice, di umano. Amore, morte, felicità, dolore, attenzione alle cose del creato. I grandi compiti dell’esistenza. Quali sono le parole e i gesti per riuscire ad afferrarli? Ci proviamo, ma le nostre azioni e parole perdono ogni volta di sostanza, si trasformano in una domanda continua che non trova
definizione o risposta. Come dice Carver, è come se ci chiedessero di descrivere a un cieco che cos’è una cattedrale. Ci possiamo solo avvicinare a quella che potrebbe essere una sua definizione, ma non saremo mai in grado di dargliene una definitiva. Il suo spostamento, sempre un po’ più in là da noi, è quello che ci fa avanzare, che ci porta a ritentare, ad aggiungere pezzi, fa in modo che non ci sia un termine ultimo, un’ultima parola, un ultimatum, una forma chiusa. Una fine. Per cercare di definire, Quello che di più grande l’uomo
ha realizzato sulla terra potremmo non finire mai. E allora questa lotta all’insufficienza del sentire umano diventa irriducibile. Diventa il dramma in
cui vogliamo sprofondare. Non è che non ci sia nessuna cosa da esprimere: c’è da esprimere questa mancanza di contenuto che, per il suo essere vaga, è più comprensibile di qualsiasi altra cosa. Meno afferma e più si fa appartenente a
tutti. Poiché non resta che dire che sia quella cosa, quella forma. Come un oggetto della minimal art che con la sua fredda presenza è in grado di lanciare
fuori di sé le traiettorie di possibili relazioni, rendendole una funzione dello spazio, della luce, del campo visivo dello spettatore, allo stesso modo questo lavoro vuole porre l’accento sull’istante di esperienza dello spettatore che avviene al di fuori dello spazio e del tempo reali, un momento, l’unico, che
come un’illuminazione infonde all’opera il suo vero significato, che sembrava prima mancante.

Silvia Costa (Treviso, 1984). Studia Arti Visive e dello Spettacolo all’Università IUAV di Venezia. Dal 2006 lavora stabilmente con Romeo
Castellucci/Societas Raffaello Sanzio, prendendo parte alle produzioni: 2007, hey girl!; 2008, Vexilla regis prodeunt inferni; 2009, inferno; 2010, Sul concetto di volto nel figlio di Dio; 2011, il velo nero del pastore; 2012, The Four Seasons restaurant. Nel 2011 lavora come collaboratrice artistica
per la prima opera lirica diretta da Romeo Castellucci, parsifal, al teatro d’Opera La Monnaie di Bruxelles. Dal 2007, insieme al musicista e compositore
Lorenzo Tomio, porta avanti un progetto di creazione sotto il nome di plumes dans la tête. Il primo lavoro La quiescenza del seme è uno dei vincitori del bando di produzione Dimora Fragile, del festival ES.Terni 07 di Terni. Figure (2009) è stato realizzato con il sostegno dell’ETI (Ente Teatrale Italiano) all’interno del progetto Nuove Creatività. L’ultimo, Formazione pagana (2010/2012), composto da insorta distesa, Stato di grazia e La fine ha dimenticato il principio, ha debuttato lo scorso novembre al festival Euro-scene di Leipzig. Con l’inizio del 2013 il progetto plumes dans la tête si può definire concluso: questa chiusura vuole sancire la fine di un ciclo e l’inizio di un nuovo percorso di ricerca, che ancora non ha una sua definizione precisa e nemmeno la ricerca, ma vuole fare della promiscuità, dell’eclettismo e del nomadismo della forma la sua cifra.

Giacomo Garaffoni (Cesena, 1981). Dal 2007 inizia un percorso di formazione teatrale partecipando a diversi seminari e progetti di studio con Cesare Ronconi, Mariangela Gualtieri, Silvia Calderoni, Motus, Raffaella Giordano, Enrico Malatesta e Romeo Castellucci. Nel 2009 inizia la collaborazione con Teatro Valdoca, per cui interpreta Abele nell’allestimento
triennale Caino. Partecipa inoltre a nel silenzio dei fiori/Notte trasfigurata, Coro nero e apriti notte. Nel 2011 partecipa al progetto mmW – Deviens ce que tu es, primo step in vista della prossima produzione del gruppo Motus. Entra inoltre nella performance attore, il tuo nome non è esatto di Romeo Castellucci/Societas Raffaelllo Sanzio. Nel 2012 l’urgenza di approfondire il lavoro di attore e performer lo spinge a dar vita a una serie di progetti personali, misurandosi in prima linea con il rapporto tra movimento e gesto. Fonda così Elephant, compagnia e luogo di creazione. momento bianco è la
prima creazione del gruppo. Altri due lavori sono ora in fase di produzione:
Bird of prey – concerto per i rapaci, con Andrea Cola e Alessandro Zoffoli (musicista elettronico, dj e produttore) e assalto progetto che partendo dalla strage di Utoya si prefigge la realizzazione di un workshop itinerante.
Il progetto Elephant viene presentato al festival di Avignone 2012, nell’ambito del progetto per artisti emergenti Kadmos.

regia Silvia Costa
Giacomo Garaffoni
scene e luci Silvia Costa
con Silvia Costa
Laura Dondoli
Giacomo Garaffoni
Sergio Policicchio
realizzazione dei costumi Laura Dondoli
musiche originali Lorenzo Tomio
realizzazione delle scene Lucio Serpani
foto Matteo de Mayda

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